Grazie, 2013

Quella telefonata, ormai quasi inaspettata.

A furia di sognare tanto forte mi ero convinto che fosse l’attesa stessa, il sogno.

Era febbraio da poco, il 2013 aveva un mese e qualcosa. Il resto è in ordine sparso, bello e realmente accaduto.

Il concerto degli Arctic Monkeys, Roma e le Capannelle; Fantasma dei Baustelle, l’ultimo dei Marlene, i Ministri, Reflektor, e pure Appino. E i concerti, i concerti, e i concerti. La musica, da ascoltare, vivere, scoprire.

Il mio primo libro, il fiato mozzato al contatto con la copertina, sei mesi (e ancora) in giro a parlare di pallone e raccontare, a raccontare il pallone e parlare, vivere una passione e lasciar sfogare un amore.

Le cuffie all’orecchio e quel momento quasi sensuale dinanzi a un microfono e un vetro, il giorno che le ho tolte senza sapere se; la penna tenuta in mano per quasi metà della mia vita posata, il coraggio di non aver paura, la partenza, il nuovo viaggio.

E gli amici, i loro sorrisi mentre narravo ciò che avevo da rincorrere. E i fratelli, quelli non attribuiti dal sangue di una famiglia adorabile ma scelti durante il cammino, ai quali fai giuramento di fedeltà senza che venga richiesto. E le nuove mani strette, le sfide sommate, gli sguardi incrociati.

Tutto che cambia, io che non sto fermo.

Una valigia, un treno, un pullman o un casello autostradale, una stanza lontano da qui, la promessa di provarci fino in fondo, per tutti; la scommessa con me stesso, le tappe attraversate. Le vittorie, capaci di annullare le sconfitte. La gioia, vissuta così intensamente da farmi assaporare anche il gusto delle lacrime, il così tanto bello da superare il dolore necessario.

Non narro l’amore, che in ogni forma possibile è stato splendido compagno di ogni giorno, leva segreta di molto, quasi tutto, e che rimane una immagine di gaiezza che continuo a tenere privata.

Fermo solo un momento. Con la prima valigia – non quella di una delle mille precedenti partenze, ma quella con dentro tanta speranza -, in un angolo ad aspettare, e dinanzi a me il sorriso puro di chi legge dentro di te molto meglio di te, anche se ha poco più di tre anni. La scossa, al cuore: «In bocca al lupo, papà».

Ecco, dovessi chiedere qualcosa al 2014 gli chiederei di essere ancora 2013. Per tutto quello che ho appena raccontato. E per quello che ho ancora da raccontare.

Fulvio.


«Tutte le cose che voglio cambiare, se non mi muovo lo fanno da sole»

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