La 39esima partita

di Daniele Fisichella*

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Sfidando i confini geografici e temporali, la Premier League, campionato inglese, prepara un’idea folle nella sua razionalità.

The 39th game, la partita extra, fuori dal calendario convenzionale e da giocare all’estero. Una sorta di incontro-esibizione da mettere in scena al Giants Stadium di New York, dentro l’immenso Bung Karno di Giakarta o dovunque nel mondo ci siano appassionati di calcio. Tutto pagato profumatamente dagli sponsor, of course, e con buona pace del tifoso domestico.

La proposta, avanzata nel 2008 dal direttore esecutivo della Premier Richard Scudemore e messa prudentemente nel cassetto (Platini la bollò come ‘ridicola’, salvo poi pochi anni dopo avanzare lui stesso la proposta dell’Europeo di calcio ‘itinerante’ in 13 paesi diversi), si sta riaffacciando prepotentemente questa estate.

Già perché secondo i piani espansionistici, e fortemente lucrativi, della Premier questo sarebbe dovuto essere l’anno per lanciare ufficialmente la partita extra di un calendario già fittissimo d’impegni. Da giocare in un weekend di Gennaio 2014 in cinque città diverse, dal Nord America all’Asia, senza sovrapposizioni di orari per accontentare non tanto lo spettatore, ma il tele-spettatore e gli investitori stranieri.

I britannici, inventori di questo sport e così attaccati alle tradizioni, sdoganerebbero così anche l’ultima delle consuetudini legate ad un campionato di calcio, cioè che ogni squadra affronti i propri i rivali due volte nel giro di un anno.

Da convincere restano i dirigenti della FA (Football Association) riluttanti a questa commercializzazione estrema del prodotto calcio. Innovazione e investimenti contro tradizione e attenzione al tifoso.

Un contrasto che un paio di stagioni fa si è tradotto in scontro aperto quanto proprio i massimi dirigenti della Premier League non dettero un appoggio incondizionato alla candidatura dell’Inghilterra per ospitare i Mondiali del 2018, che vennero assegnati alla Russia. La materia del contendere si sospetta sia stata proprio il mancato accordo sulla fatidica partita numero 39.

Conti alla mano il movimento calcistico inglese ha scoperto che per competere con la concorrenza tedesca, spagnola e dei ‘nuovi ricchi’ francesi, rappresentati dal PSG e dal Monaco, bisogna puntare sul mercato extra europeo.

La vendita fuori dai confini Europei dei diritti Tv fino al 2016 frutterà circa 5 miliardi di sterline contribuendo a rafforzare il predominio economico dei club inglesi, che, secondo la ultima indagine pubblicata da Deloitte, nel 2012 sono risultati i più ricchi del pianeta, con un profitto di circa 2,36 miliardi di sterline.

E se è vero che in questa estate già 12 delle 20 squadre che parteciperanno al prossimo campionato sono in tour in diverse parti del mondo (il Manchester United tra Thailandia, Australia e Giappone, il Tottenham è negli Stati Uniti mentre Mourinho e il Chelsea gireranno e giocheranno in Malesia e Indonesia) l’idea del 39th game è stata rilanciata con forza.

Supportata anche dai bagni di folla che accolgono le stelle e persino i comprimari delle squadre inglesi. In Asia è vera Premier League mania, tanto che un quindicenne di Saigon tifoso del Arsenal ha inseguito il bus dei suoi campioni preferiti per circa 15 minuti, non riuscendo a trattenere l’emozione per il fatto che i Gunners saranno la prima squadra inglese nella storia a giocare una partita in Vietnam questo weekend.

Il calcio inglese spopola già da tempo a migliaia di chilometri di distanza da dove è nato.

Per la soddisfazione dei club che si vedono corrisposti contratti di sponsor onerosi e per buona pace dei tifosi britannici, ormai abituati a sincronizzare gli orologi sul fuso orario di Tokyo per seguire le amichevoli dei propri idoli.

Presto, per la stagione 2013-2014 non se ne fa nulla perché i calendari sono già usciti ma la prossima chissà, però potrebbero dover farlo anche per una giornata ufficiale della Premier League.

Accontentandosi di andare allo stadio, sempre che possano permettersi il biglietto, il cui prezzo ha raggiunto lo scorso anno vette esorbitanti (62 sterline era il prezzo minimo per assistere ad un Arsenal – Manchester City), per le ‘altre’ 38 partite.

Laddove ci sono i soldi non c’è tradizione che tenga. Gli inglesi sono (diventati) maestri anche in questo.

*giornalista, lavora per talkSPORT e vive in UK da 4 anni (blog)

Quando giocano Irlanda e Inghilterra

di Daniele Fisichella*

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Più di 18 anni per percorrere 600 Km. Sebbene la distanza geografica tra l’Inghilterra e l’Irlanda sia ridotta, quella reale in termini calcistici è sembrata incolmabile nell’ultimo lustro.
Mercoledì sera le due nazionali si sono ritrovate una di fronte all’altra per una amichevole, a Wembley, che ha avuto un doppio scopo. Il primo, decisamente più formale, è celebrare il 150 esimo compleanno della Football Association, l’altro, dal valore intrinseco più forte, far fare la pace a due nazioni e tifoserie che non possono vedersi dal 1995.
Era un 15 febbraio, umido e piovoso come solo una serata di Dublino sa esserlo, e l’ amichevole tra la nazionale irlandese (che aveva battuto l’Italia solo qualche mese prima ai mondiali americani) e l’Inghilterra venne sospesa dopo 27 minuti. Sul risultato di 1-0 per l’Irlanda (gol di Kelly, attaccante del Wolverhapton) i 2.500 tifosi inglesi iniziarono a tirare oggetti e tubi di ferro in campo e contro i tifosi irlandesi nelle tribuna sottostante.
Il pre-partita era stato puntellatto da scontri con polizia e steward e ripetuti cori anti-IRA (‘no surrender’) e canti politici (‘Ulster is British’). Il mancato filtraggio all’entrata aveva poi fatto si che le due tifoserie si mischiassero.

All’epoca fu uno schiaffo durissimo per le autorità dei due paesi, e specialmente per la federazione inglese che da lì ad un anno e mezzo avrebbe dovuto ospitare i campionati europei. Le indagini della polizia portarono all’arresto di membri di un gruppo di estrema destro britannico, il Combat 18.
Non ci fece una bella figura neppure la polizia irlandese, la Gardai, colpevole di aver ripetutamente ignorato gli avvisi delle forze di sicurezza inglese sulla possibile presenza di frangie violente sulle gradinate di Lansdowne Road.
«Non capisco perchè questi cosiddetti tifosi perdano il tempo per fare tutto ciò ad un partita di calcio» si chiedeva incredulo lo storico radiocronista della radio irlandese Gabriel Egan.
Mentre che il CT dell’Irlanda, Jack Charlton (fratello di Bobby campione del mondo nel 1966) ci andò giù pesante: «Non ho mai visto una cosa del genere, ogni inglese dovrebbe vergognarsi di quello che è successo».
La partita, organizzata in un clima di grande ottimismo e buoni rapporti a seguito delle trattative sul cessate il fuoco andate a buon fine tra Downing Street e l’IRA, rivelò crudamente la faccia violenta del calcio british a meno di 3 anni dalla riammissione delle squadre inglesi nelle coppe europee a causa della tragedia dell’Heysel.
Gli appelli alla distensione e alla fraternità si sono sprecati in occasione della partita di mercoledì. Lo stesso allenatore inglese, Roy Hodgson, aveva raccomandato i tifosi di casa di non cantare canzoni che potessero evocare qualsiasi sentimento anti irlandese.

«Spero che i nostri tifosi si comportino bene. Il rispetto per l’avversario è obbligatorio, voglio che ogni tifoso sia cosciente di questo. Non solo stasera ma ogni qualvolta venga ad assistere ad una partita della nazionale», aveva scritto Hodgson in una email ad ogni tifoso inglese e in una lettera che è stata consegnata agli spettatori all’ingresso di Wembley.
Il calcio può insegnare che le distanze, non solo quelle fisiche, sono relative.

Sul prato di Wembley, infatti, lo spettacolo e’ andato come da copione. Celebrazioni prima del match per Ashley Cole, che giocava la partita numero cento in nazionale, e agonismo sostenuto sopratutto nella prima parte.
Il pubblico, rispettando gli inviti al buon comportamento di entrambe le federazioni, ha lasciato da parte i vecchi dissapori.
Shane Long, attaccante del West Bromwich, segnava di testa l’1-0, celebrato dagli irlandesi come, e forse piú, del gol di Kelly nel 1995.
Otto minuti dopo Lampard, fresco di record con la maglia del Chelsea quest’anno (203, superando Bobby Tambling, attaccante degli anni ’70), pareggiava per i bianchi, che sfoggiavano una nuova divisa, stile anni 60’ per alcuni molto (troppo) simile a quella della Germania quando giocava il Kaiser Beckembauer.

«Se continuiamo a giocare cosí il Brasile domenica ci annienterá» ha sbottato Gary Lineker a fine partita, criticando il 4-4-2 di Hodgson e la scarsa propensione ofensiva della nazionale.

Buon segno. Il risultato conta stavolta, ed é finalmente l’unica cosa di cui parla il giorno dopo.

*giornalista, lavora per talkSPORT e vive in UK da 4 anni (blog)

Dave, che pianse due volte a Wembley

di Daniele Fisichella*
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Quando a meno di venti minuti dal termine il rapido numero 15 in maglia rossa ha saltato elegantemente il portiere avversario, Dave Whelan ha fatto un viaggio nel passato.
Un salto breve e fulmineo come lo scatto della mezzala del Wigan che davanti ai suoi occhi stava depositando la palla nella porta sguarnita per chiudere col 2-0 la partita per la sua squadra. Una vittoria che vale il biglietto per la finale di FA CUP, a Wembley il prossimo 12 maggio.
Dave in quell’istante si è rivisto 52 anni più giovane, in pantaloncini corti, a correre proprio là dove McManaman stava per segnare. Da professionista Whelan di gol non ne ha mai realizzati molti, ma le sue corse sulla fascia destra hanno aiutato il Blackburn a raggiungere la finale di FA CUP nel 1960 contro il Wolverhampton, nel “vecchio” Wembley, quello con le mitiche torri.
Quel pomeriggio, sotto di un gol, i giocatori del Blackburn pensano solo ad andare al riposo e riorganizzare le idee. Dave Whelan contende ad un avversario forse l’ultimo pallone utile del primo tempo, grazie ad un buon scatto arriva primo sulla palla, ma a causa di uno strano rimbalzo il suo avversario, Norman Deeley, ha il tempo di calciare. Prende palla e gamba. La palla vola via, la gamba di Dave fa crack. Il terzino deve uscire in barella lasciando la squadra in dieci (all’epoca non c’erano sostituzioni); dopo aver subito l’operazione Whelan chiede al dottore: «Come è finita la partita?» «Mi dispiace, avete perso 3-0», la risposta gelata.
Allora scoppia in lacrime Dave. Invece la notizia più devastante deve ancora sentirla.
Quel pallone conteso a metà campo a Wembley è stato l’ultimo della sua carriera. Troppo serio l’infortunio riportato, non potrà più giocare a calcio.
«Dal giorno del mio infortunio non ho mai più guardato una finale di FA CUP in televisione» ha dichiarato.

Ha riavvolto il nastro della sua vita il 76enne Whelan, vedendo che uno dei suoi stava per raddoppiare, riportando lui e la squadra di cui oggi è presidente, il Wigan Athletic, di nuovo a Wembley a contendersi una coppa d’Inghilterra, il trofeo più antico del mondo.

Comprò il Wigan 18 anni fa grazie ai capitali messi da parte come imprenditore di attrezzature e abbigliamenti sportivi. Portandolo dalla terza divisione del calcio alla Premier League, e quest’anno alla prima storica semifinale di FA CUP.
Whelan ha scoperto lo spagnolo Roberto Martinez prima come giocatore e poi affidandogli la panchina. Per pochi soldi ha scommesso sull’ala ecuadoriana Antonio Valencia rivendendolo al Manchester United per 15 milioni di sterline.
Ha costruito uno stadio nuovo nella piccola città del nord ovest, che o per mancanza di creatività o per megalomania ha deciso di autodedicarsi. Il Wigan Athletic dal 1999 gioca al DW Stadium. DW, dal nome di chi ci ha messo i soldi.

In realtà i “Latics” lo stadio lo condividono con la squadra locale di rugby, i Warriors, che rappresentano la vera passione cittadina, un club capace di vincere titoli in casa e all’estero.
Il calcio a Wigan, nonostante gli anni in Premier League e le salvezze thrilling ottenute all’ultimo minuto, non ha mai attecchito davvero. Troppo vicine Manchester e Liverpool e i rispettivi gloriosi club perché un ragazzino decida di fare il tifo per Arouna Kone e compagni.
E così a Wembley nella partita più importante della sua stagione e della sua storia il Wigan è riuscito a portare “solo” 20 mila tifosi lasciando vuoti molti seggiolini dello stadio.

I suoi avversari del Millwall non hanno avuto di questi grattacapi. Anzi. Il Millwall ha praticamente giocato in casa visto che la sua sede è nel sud est della capitale e i suoi tifosi nati e cresciuti nel triangolo tra New Cross, Bermondsey e The Isle of Dog, un nome l’ultimo che è già un programma.

Il Millwall ha una tradizione popolare, working class, legata indissolubilmente al quartiere delle Docklands, il porto di Londra, origine della rivalità acerrima, made in east end, con il West Ham.
I tifosi del Millwall rappresentano la logica del tifare per la squadra del posto in cui si nasce. Al di là dei risultati, che nel caso della meno presitigiosa tra le compagini londinesi non attirerebbero comunque migrazioni di aficionados.

«Se sei nato a Manchester magari hai due scelte. Ma sei nato a Milwall, scusa non sei stato molto fortunato. Devi andare col Millwall, anche se ok fanno schifo – spiega John, sulla cinquantina – è come se tu mi dicessi, sono italiano ma non mi piace avere i capelli neri. No, non funziona così amico…».

I tifosi del Millwall sono conosciuti per essere stati tra le frange hooligan più violente negli anni 70’ e 80’. Il “The Den” (la tana) era considerato una vera trappola dove i tifosi avversari andavano ad assistere alla partita a loro rischio e pericolo. I tifosi del Millwall invece sembravano gioire tanto della mediocrità della loro squadra quanto della possibilità di fare a botte in casa e fuori.

Fu in una trasferta di coppa nel 1985 a Luton, poco fuori Londra a nord, che i tifosi del Millwall andarono oltre il limite, causando un’invasione di campo e parecchi scontri con la polizia. Da quel giorno la giustizia inglese prese una serie di misure drastiche per contrastare la violenza negli stadi, poi ribattezzate “modello inglese”. Le conseguenze furono le sanzioni durissime per i tifosi più violenti e l’obbligo per il Millwall di demolire il proprio stadio e costruirne uno nuovo (il “The New Den’” sorge a poche centinaia di metri da quello vecchio) a norma.

Arrivati a Wembley in massa i tifosi del Millwall hanno incitato per 95 minuti la squadra, sperando che almeno la loro passione potesse sopperire ai limiti tecnici di giocatori che lottano per salvarsi in Championship (la B inglese).
Ma i bianco-blu del sud di Londra hanno fatto poco a parte guadagnare qualche calcio d’angolo, celebrato come un gol dalla curva, e reclamare un rigore, che forse c’era, per un mani in area. Ma tanto è bastato ai tifosi per intonare il famoso coro che li ha resi celebri nel Regno Unito (“No one like us, we don’t care, we’re Milwall, from the Den”) prima che alcuni facessero a cazzotti in tribuna, con finale di narici insanguinate, il tutto ben ripreso dalle telecamere.

Ma la partita si avviava già ai titoli di coda e il Wigan stava meritatamente vincendo, assicurandosi non solo un posto in finale (contro il Manchester City) ma probabilmente in Europa League il prossimo anno.

Non si sa ancora se l’anno che viene il Wigan giocherà in Premier League o in seconda divisione visto che è in piena lotta salvezza, e se si salverà sarà come ogni anno all’ultima giornata.

Uno scenario cui il presidente, ex giocatore, Dave Whelan è già abituato.
E che certo non gli regala le stesse emozioni di una finale di FA CUP, persa o raggiunta, come questo pomeriggio, 53 anni dopo.
Una finale di coppa, a Wembley, che, vada come vada, il vecchio Dave finalmente potrà godersi senza la tentazione di spegnere la TV.

*giornalista, lavora per talkSPORT e vive in UK da 4 anni