Anna conduce

Ha iniziato a bordocampo e lì si è innamorata degli stadi. Il volto di Sky Sport, Anna Billò, racconta di calcio, del Brasile, di Ibra, di cosa significa passione e di cosa significa sociologia (applicate al pallone). E di come funziona il suo lavoro, la nuova avventura nella European Week.

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Grazie, 2013

Quella telefonata, ormai quasi inaspettata.

A furia di sognare tanto forte mi ero convinto che fosse l’attesa stessa, il sogno.

Era febbraio da poco, il 2013 aveva un mese e qualcosa. Il resto è in ordine sparso, bello e realmente accaduto.

Il concerto degli Arctic Monkeys, Roma e le Capannelle; Fantasma dei Baustelle, l’ultimo dei Marlene, i Ministri, Reflektor, e pure Appino. E i concerti, i concerti, e i concerti. La musica, da ascoltare, vivere, scoprire.

Il mio primo libro, il fiato mozzato al contatto con la copertina, sei mesi (e ancora) in giro a parlare di pallone e raccontare, a raccontare il pallone e parlare, vivere una passione e lasciar sfogare un amore.

Le cuffie all’orecchio e quel momento quasi sensuale dinanzi a un microfono e un vetro, il giorno che le ho tolte senza sapere se; la penna tenuta in mano per quasi metà della mia vita posata, il coraggio di non aver paura, la partenza, il nuovo viaggio.

E gli amici, i loro sorrisi mentre narravo ciò che avevo da rincorrere. E i fratelli, quelli non attribuiti dal sangue di una famiglia adorabile ma scelti durante il cammino, ai quali fai giuramento di fedeltà senza che venga richiesto. E le nuove mani strette, le sfide sommate, gli sguardi incrociati.

Tutto che cambia, io che non sto fermo.

Una valigia, un treno, un pullman o un casello autostradale, una stanza lontano da qui, la promessa di provarci fino in fondo, per tutti; la scommessa con me stesso, le tappe attraversate. Le vittorie, capaci di annullare le sconfitte. La gioia, vissuta così intensamente da farmi assaporare anche il gusto delle lacrime, il così tanto bello da superare il dolore necessario.

Non narro l’amore, che in ogni forma possibile è stato splendido compagno di ogni giorno, leva segreta di molto, quasi tutto, e che rimane una immagine di gaiezza che continuo a tenere privata.

Fermo solo un momento. Con la prima valigia – non quella di una delle mille precedenti partenze, ma quella con dentro tanta speranza -, in un angolo ad aspettare, e dinanzi a me il sorriso puro di chi legge dentro di te molto meglio di te, anche se ha poco più di tre anni. La scossa, al cuore: «In bocca al lupo, papà».

Ecco, dovessi chiedere qualcosa al 2014 gli chiederei di essere ancora 2013. Per tutto quello che ho appena raccontato. E per quello che ho ancora da raccontare.

Fulvio.


«Tutte le cose che voglio cambiare, se non mi muovo lo fanno da sole»

La furia del rock-punk dei Ministri

I soldi sono finiti lo avevano già detto, all’esordio. Che fossero Tempi Bui l’hanno comunicato al secondo album, per poi con Fuori cantare l’esclusione di una generazione. Ora, da marzo, promuovono un manifesto quasi ossimorico Per un passato migliore, in un tour che sembra non finire mai e che ha toccato di nuovo Roma (Atlantico Club). E se non avete mai visto applaudire dei ministri (specie in momenti grami come questo) non avete visto applaudire I Ministri, power trio milanese (Davide “Divi” Autelitano voce e basso, Federico Dragogna chitarra, seconda voce, Michele Esposito: batteria) in continua emersione nel bello, affollato e controverso panorama indie italiano.

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Diodato, un artista OFF a Sanremo

Emergente. A trentadue anni. Infatti “E forse Sono pazzo” è stato il suo album d’esordio, titolo vagamente autobiografico, un po’ domanda un po’ presa di coscienza.
Ma Diodato (nome completo Antonio Diodato, ma «la gente faticava a pronunciare tutto insieme, così ho semplificato le cose») non si sente in ritardo, nemmeno nell’era della musica fast food, delle giovani melodie cantate da giovanissimi seguiti da eserciti di piccoli fans, in una sorta di Fiera dell’Est che dura fino a quando non vengono dimenticati.

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