Insegnare a vincere

Un incontro con Lele Oriali, oggi team manager dalla Nazionale, un ruolo importante e atipico insieme.

Quanti possono dire di camminare con la colonna sonora intorno? Pochissimi, anche meno. E se fosse solo uno costui sarebbe Lele Oriali, una vita da mediano e tutte quelle cose lì cantate quasi vent’anni fa. Non corre più, ma lo ha fatto fino a vedere il mondo dal punto più in alto previsto per un calciatore. «Una vita da mediano vuol dire fare grandi sacrifici, tante rinunce, per raggiungere risultati che ti sei posto sin da bambino. È ripagare gli sforzi di una famiglia che ha fatto di tutto per farmi fare quello che mi piaceva: giocare a calcio. Quello è il mio passato, che non dimentico, è la spinta che ho avuto sin dall’inizio, è l’insegnamento che mi invita a non accontentarmi mai».

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Simone Inzaghi è figlio unico

Con la Lazio in finale di Coppa Italia, celebriamo finalmente il talento del secondo dei fratelli Inzaghi.

Simone Inzaghi è finalmente figlio unico. Ci ha messo quarantuno anni esatti, molti dei quali vissuti con la scomoda compagnia di un suffisso diminutivo che rendeva ogni cosa bella un po’ meno bella, ogni gol un po’ meno gol, ogni vittoria un po’ meno vittoria. Avevano deciso di chiamarlo in modo cacofonico: Inzaghino, serviva ai titoli, ma suonava male e suonava pure come una condanna per via genetica, una parziale espropriazione dell’identità.

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La rielezione silenziosa

Carlo Tavecchio è stato rieletto alla presidenza della FIGC, impensabile solo 30 mesi fa. Cosa è successo nel frattempo? Cosa aspettarci nel futuro?

Era due anni e mezzo fa, non una vita. Nervi a fior di pelle, urla, l’idea di una rissa incombente e Carlo Tavecchio eletto presidente della Figc a dispetto di Opti Pobà, le banane, le donne handicappate, i discutibili appoggi e un’idea di calcio e di rappresentazione delle istituzioni che non corrispondeva alla richiesta di cambiamento che arriva dal basso.

Si pensava: comunque una spinta verso il nuovo c’è, si sta creando un movimento, il calcio ha capito e alla fine del mandato del democristiano di lungo corso appena eletto qualcosa accadrà. Erano giorni di forte polemica, ma drammaticamente vivi: c’era tensione e un confronto su due modi ideali di intendere il calcio. Non era fortissimo il candidato schierato contro Tavecchio (Albertini) infatti l’elezione fu senza sorprese. Ma sarebbe stata una questione di tempo, si pensava. Si trattava di aspettare trenta mesi, sei dei quali peraltro il presidente della Federcalcio li aveva vissuti senza poter mettere piede nelle stanze del pallone europeo e mondiale perché squalificato per le frasi razziste.

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Perché l’indagine antimafia ci riguarda tutti

La questione complessa dei presunti rapporti tra Juventus e la ‘ndrangheta solleva questioni più generali.

È una storia di intrecci e di calcio, di rapporti al limite e di contaminazioni. Parla della Juve, potrebbe parlare di altre. Ma in questo momento parla della Juve ed è già un problema, perché la Juve fa rumore e divide come nessuno: di qua gli juventini, di là tutti gli altri, diventa il momento in cui ogni ragionamento finisce soppiantato dal tifo o dal tifo contro. Anche quando l’argomento è estremamente serio, anche quando si parla di possibili infiltrazioni della ‘ndrangheta nel mondo del pallone. Un caso, quindi, in cui andrebbero posate le bandiere. Non è una questione da partigiani.

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